IL  PREMIO  DI  TRADUZIONE:  UN'INTUIZIONE ORIGINALE
 
Carlo Carena (Presidente della Giuria)
 
 
 
 
Quando nel gennaio del 1971 Gianfranco Folena inaugurava col primo bando il Premio Città di Monselice per una traduzione letteraria scriveva (il testo è anonimo ma porta la sua firma inconfondibile): "L'attività del tradurre ha sempre rivestito, particolarmente nei momenti come il nostro di intensi contatti fra popoli, culture e lingue diverse, un'importanza grandissima nella definizione di una civiltà  letteraria, e sembra meritare stimoli e dibattiti, che questo premio, unico nel suo genere in Italia, si propone di suscitare".
    
     L'intuizione fu straordinaria: lo provano ciò che sono diventati l'Europa e il mondo nell'epoca di internet e le numerose imitazioni del Premio in altre località e istituzioni; e vanno riconosciute, con quelle di Folena, l'intelligenza e la generosità degli amici, che allora lo confortarono nell'impresa, e degli amministratori comunali, che ne accettarono l'onere e che continuano a sostenerlo con meritori appoggi finanziari di Enti e Imprese. Il programma fu condotto con rara coerenza, se mai con sviluppo, sul duplice binario lì gettato: la traduzione come fenomeno letterario, con un suo valore riconosciuto, e come mezzo di contatti tra popoli e culture. E tale è quello che tuttora lo ispira, a trent'anni di distanza.
Così il Premio ha reso giustizia a una miriade di artigiani o artisti che si deliziano di quel lavoro solitario e spesso oscuro ma altruistico, facendo godere a chi non potrebbe di fondamentali opere dell'ingegno, facendo circolare idee e poesia, ma anche così amabile per chi lo pratica, portando come nessun altro a conoscere a fondo i grandi scrittori, ad arricchirsi in un' intrinsichezza quotidiana, sino alla familiarità se non all'impossibile identificazione con grandi altrimenti ancora più inarrivabili. Se James Boswell e Johann Peter Eckermann hanno riempito la loro vita trascorrendola per una bella parte all'ombra del Dottor Johnson e di Goethe, fu certamente un contatto delizioso e ben si vede come abbia suscitato o quanto meno esaltato i loro ingegni. Nello stesso modo non fu certamente odioso, né passò chiaramente invano il ventennio speso da Amyot intorno a Plutarco, se egli stesso lo riconobbe come il miglior periodo della sua vita e se Fénelon additò nella prosa della traduzione amyotiana "una lingua che si fa rimpiangere".
 
Anche l'albo d'oro del Premio Monselice annovera traduttori che appartengono alla storia letteraria italiana del Novecento, avvicendatisi dapprima nella navata solenne del Duomo Vecchio, poi nell'imponente biblioteca del Castello. Sorprende e smaga, per non essere poi sempre riusciti a tanto, lo scorrere i nomi dei concorrenti in quella prima tornata del '71: Elio Bartolini, Guido Ceronetti, Enzo Cetrangolo, Franco Fortini (il vincitore col Faust di Goethe), Giovanni Giudici, Margherita Guidacci, Maria Luisa Spaziani, Andrea Zanzotto..., per non citare i professionisti, i tecnici, gli addetti ai lavori. Né molto da meno sarà l'edizione successiva, con Caproni, ancora Ceronetti, Antonio Tabucchi, Rodolfo Wilcock...
 
L'affermazione, il prestigio del Premio devono molto a questi esordi, segni anche, e sia pure, di una stagione letteraria invidiabile se si osserva la nostra: ed ancora i premiati successivi, Vittorio Sereni, Giovanni Giudici, Giorgio Manganelli, Agostino Richelmy... Cosí pure nell'elenco del Premio Leone Traverso riservato agli esordienti si leggono dei veri scrittori, allora o poi: Laura Mancinelli, Gian Piero Bona, Guido Davico Bonino, Bruna dell'Agnese, Fernando Bandini... Né diverse sarebbero le conclusioni che trarrebbe l'esperto scorrendo i nomi dei traduttori delle opere scientifiche nell'originale sezione del "Premio" ad esse riservata.
 
Non meno interessante è stata la duplice apertura del Premio Monselice sia alla quotidianità della scuola con i concorsi riservati agli alunni locali e del Padovano, sia all'opposto oltre gli orizzonti nazionali, verificando e promuovendo con la sezione internazionale le traduzioni dalla letteratura italiana nelle altre lingue, ora l'inglese e il francese, ora il tedesco, il russo, il polacco, lo svedese, il neogreco, il portoghese. . .
 
La creazione del Premio ha significato richiamare una nobile tradizione colli, cari a Petrarca, nel perimetro quell' Università patavina, che del Monselice" è la tutrice e un po' la garante. La città di Padova - come mostra bene Gianfelice Peron nella documentata ricostruzione qui edita - ha sempre avuto nella traduzione una parte cospicua della sua "produzione letteraria", fino a meritarsi il titolo coniato da Folena di "capitale italiana della traduzione letteraria, dal Settecento in poi".
 
E' una nobiltà che dalla metropoli si riverbera sulla limitrofa cittadina monselicense e si aggiunge alle sue altre lontane e vicine: alle origini romane e longobarde, di cui sono affiorati recentemente i documenti nelle consunte armature dei guerrieri; ai tempi in cui era un oppidum opulentissimum, e fra gli Scaligeri e Carraresi, e allora e poi con la disseminazione dei suoi monumenti patrizi e religiosi.
 
Credo che il Premio per la traduzione si affianchi degnamente a questi blasoni, stabilendo una continuità culturale tanto più preziosa e meritoria in tempi in cui la cultura è sfidata da altre, inevitabili espressioni dell'uomo moderno.

La giuria del premio

 

 

 
 
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Ultimo aggiornamento: 26-03-11.