Il "Monselice" e i poeti-traduttori
Il Premio Monselice s'è aperto, nel 1971, con la sacrosanta vittoria di uno dei maggiori poeti-traduttori del secolo appena trascorso, Franco Fortini, e per la sua impresa più impegnativa e ardua, la versione dell'intero Faust goethiano (è bello ricordarlo ora, che sono ben lungi dallo spegnersi gli echi del centocinquantenario del grandissimo tedesco). Non insisto su una opposizione poeti-traduttori e studiosi-traduttori o traduttori professionali, sia perché traducendo i secondi e i terzi possono allevare o scoprire o ritrovare in sé il poeta (era il caso manifesto di Pontani, e lo è di Garboli), sia perché tra le due categorie se ne può incuneare una terza, intermedia, quella del traduttore "naturale", contrapposta all'altra del traduttore "non-naturale", insomma di testa e fatica. D'altra parte il "Monselice" ha premiato, come traduttori, un personalissimo narratore, Manganelli per Poe, e un vero poeta, Richelmy per Flaubert, e lo stesso Caproni (anche per Genet). Piacerebbe usare poeta nel senso allargato e suggestivo del tedesco Dichter, ma io vorrei soffermarmi sulla categoria dei poeti (in senso stretto) -traduttori. È bene però ricordare che il "Monselice" ha riconosciuto eccellenti traduttori d'ogni tipo, per ultimo l'eminente germanista Giuseppe Bevilacqua, che ha curato e tradotto tutto il corpus delle poesie edite di Paul Celan. Ma venendo all'argomento più particolare che mi preme, ecco che, dopo Fortini, hanno ricevuto il premio buona parte dei maggiori poeti-traduttori più importanti, da Caproni a Sereni, da Giudici a Bandini a Risi. A occhio e croce direi che - a parte Luzi, membro della Giuria - manca soprattutto Raboni, accanito e personalissimo traduttore nientemeno che dell'immensa Recherche proustiana e delle Fleurs du mal. Così il nostro Premio è stato lo specchio, certo non inconsapevole, di un fenomeno caratteristico della cultura letteraria italiana del Novecento, la serie appunto dei grandi o veri poeti che sono contemporaneamente grandi traduttori (andando indietro dove il Premio non poteva retrocedere, facciamo almeno i nomi di Rebora, Montale, Solmi, Landolfi e, nonostante aspetti discutibili, Ungaretti). È stato osservato più volte che l'ottima traduzione è un atto creativo, sì (molte versioni dei sunnominati vanno rubricate tra le loro maggiori poesie), ma contemporaneamente è un atto critico: che forse sta alla critica vera e propria, esplicita e distesa, come in musica l'esecuzione, critica implicita, sta alle riflessioni o analisi esplicite del critico o storico musicale. Ma il fatto è che molti dei maggiori poeti-traduttori che ho menzionato sono stati poi grandi o importanti critici in senso stretto (bastino i nomi di Montale, di un maestro della critica come Solmi, di un critico-filosofo come Fortini). E infatti un aspetto che distingue, globalmente o mediamente, l'Italia del Novecento da altri paesi non è tanto la frequenza di poeti traduttori d'ordine primo o massimo (ognuno può far subito nomi illustri per la Francia, la Spagna, la Germania e i paesi di lingua inglese), quanto per il fatto che tanti si collochino al centro del triangolo poeta-critico-traduttore, con tutte le osmosi, ma anche gli urti relativi. E c'erano già stati Foscolo e Leopardi. Insomma, dal lato implicito come da quello esplicito, è in Italia che appare in modo particolarmente vistoso il fatto che il poeta moderno difficilmente può non essere, in contemporanea, critico: critico all'atto stesso di poetare per prima cosa, ma traendone un abito (nel senso di seconda natura) che tende a riversarsi, dall'interno, all'esterno e a farsi "critica" di altri. La triangolazione di cui si è detto è un punto sicuro di "modernità", anche a usare il termine in modo solo caratterizzante e non qualificante. È evidente che i più grandi poeti-traduttori vanno studiati a sé, ciò che è stato fatto con larghezza (non esaurientemente!) negli ultimi decenni, per la logica di quanto abbiamo detto fino qui. Ma ci si può anche chiedere se non ci siano nella loro pratica elementi comuni che rimandano a certe caratteristiche o idiosincrasie dell'intera nostra tradizione poetica - almeno da Petrarca in poi - : per esempio il rifiuto delle ripetizioni appariscenti e il gusto per la sfasatura fra sintassi e metro (enjambement), in altre parole la tendenza a non eccedere in versi-frase che sono invece di regola, in particolare nella poesia inglese e americana o in quella francese che va da Apollinaire al surrealismo. E si può aggiungere, sinergica alla tendenza precedente, quella a sostituire i versi lunghi, compreso l'alessandrino, con endecasillabi (si veda in particolare Solmi che traduce la Cosmogonie portative di Quenau). Ma forse si può cercare, e trovare, un minimo comun denominatore più generale. Si sa che le traduzioni sono state autorevolmente distinte (già da Goethe) in due grandi tipi ai poli opposti: quelle che sciolgono la lingua (e naturalmente lo stile) tradotta nella lingua traducente: il che poi vuol dire, in buona sostanza, nella lingua della relativa tradizione letteraria e poetica; e invece quelle che torcono e quasi alienano la lingua traducente verso le caratteristiche della lingua tradotta (per alcuni sono queste le più interessanti): traduzioni "appaesanti" e traduzioni "spaesanti" o "estranianti". E da queste parti sta anche la forcella tra arcaismo distanziante e modernizzazione nelle versioni di testi lontani nel tempo. Il massimo di traduzione non solo spaesante ma anche anti-modernizzante è molto vicino a noi, ma non proseguito, e sono, a partire dalla metrica, le versioni pascoliane di classici greci e latini o anche di un episodio della Chanson de Roland. Credo che in linea di massima i contemporanei italiani che ho nominato tengano una linea intermedia. Un caso tipico è proprio la versione sereniana di Ritorno Sopramonte, premiata a Monselice. Naturalmente bisogna tener conto che in certi casi l'appaesamento è inevitabile: alle prese col Faust Fortini non poteva davvero ricalcare ritmicamente il pentametro giambico tedesco, con un risultato che sarebbe stato estremamente monotono per l'orecchio italiano abituato alla duttilità ritmica dell'endecasillabo. Così è pure nei sonetti shakespeariani vòlti da Montale (e qui cade la differenza base con gli stessi testi tradotti più ampiamente da Ungaretti, per lo più in versi lunghi informali, con una rapace modernizzazione che contraddice l'apparente "fedeltà"). Un vero e proprio "universale" delle traduzioni sembra essere poi il seguente: il traduttore punta soprattutto, e finisce per rendere, alcuni aspetti del testo tradotto, mentre ne attenua o mette fra parentesi altri. (Ma è privilegio del grande traduttore la capacità di mettere in opera elementi che fungono da compenso, o infine da equivalenza, di quelli forzatamente o volutamente perduti, che sono, come si capisce, soprattutto d'ordine fonico: rime, allitterazioni, giochi verbali ecc.). È una tendenza che fa parte, quasi inutile dirlo, della traduzione come interpretazione o appunto critica. D'altronde ogni critico, a pensarci bene, fa lo stesso. Ed ecco che Sereni e attenua e come spinge in secondo piano la monumentalità e sapienzialità di Char; e che Caproni smussa il melodismo di Apollinaire (quando sia) introducendovi qualcosa di aguzzo, che è ben suo. Un caso notevolissimo è quello della mirabile traduzione dell'Onegin di Giudici, per quello che posso capire senza conoscere il russo e con prime letture fatte sulla diversissima versione di Lo Gatto. Il meraviglioso poema puškiniano si libra in modo quasi aereo su un equilibrio perfetto fra pathos e ironia, da poeta che è inscindibilmente romantico e antiromantico. La mia impressione è che Giudici abbia non dico accentuato ma reso più visibile il momento dell'ironia: certamente secondo il suo carattere di poeta, ma anche a buon diritto, perché il pericolo per ogni lettore dell'Onegin non è di sopravvalutare l'ironia, è di sopravvalutare il pathos. Però non si insista mai troppo, per i grandi traduttori, su aspetti della loro opera che "derivano" da altrettali dello loro poesia personale. In realtà le grandi traduzioni non ci fanno assistere per nulla a un assorbimento dell'altro nel sé, ma invece alla creazione di un quid medium: meglio, di un nuovo spazio che in verità non appartiene né all'uno né all'altro. Non posso procedere oltre con appunti del genere. Volevo mostrare, da un'ottica parziale ma importantissima, che il "Monselice" in tutti questi anni ha fatto bene il suo lavoro, dando evidenza a una situazione letteraria e culturale caratteristica dell'Italia, cioè in generale la bontà o eccellenza dei suoi traduttori, in particolare lo smalto dei suoi poeti-traduttori.
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