Invito con programma in PDF
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I     V I N C I T O R I 
  della  39^ edizione  2009

 

Da Sinistra:Giorgio P. PANINI,  Laura SALMON, Danijela MAKSIMOVIC,
Zeno VERLATO e Dan Octavian CEPRAGA

 

 

Monselice "Città della traduzione"

La premiazione ha avuto luogo domenica 14 giugno 2009
 presso il castello di Monselice (Padova) con il seguente programma
ore 9.30
37^  CONVEGNO
  SUI PROBLEMI DELLA TRADUZIONE SUL TEMA
 
TRADUZIONE  E RICEZIONE DELLE OPERE
DI GALILEO GALILEI IN EUROPA

Un libro di Galileo Galilei posseduto dalla biblioteca di Monselice qui disponibile in formato PDF  (7 mb)  [vai...]
 
L'opuscolo venne pubblicato a Padova nel 1606 e dedicato a Cosimo II.  Il Compasso proporzionale come lo chiamò Galilei, permetteva di compiere in modo più rapido e semplice complesse operazioni matematiche e geometriche per usi civili e militari. Col suo compasso si misuravano distanze, altezze, profondità e pendenze; si calcolava la balistica dei tiri d'artiglieria; si poteva ridisegnare una mappa con una scala diversa; si calcolavano cambi di monete e interessi. Lo strumento, a metà tra il goniometro e il regolo calcolatore consiste di due righelli di uguale lunghezza uniti su un disco (nocella) come cerniera che ne permette l'apertura a compasso. Su i due righelli sono riportate sette scale proporzionali (aritmetiche, geometriche, stereometriche, tetragoniche, poligrafiche, scala dei metalli e linee aggiunte) e un arco di cerchio graduato munito di scala dei gradi, scala delle pendenze e quadrato delle ombre. Lo strumento si fondava teoreticamente sulla la proporzionalità tra i lati omologhi di due triangoli dimostrata da Euclide. Il compasso ebbe subito successo e giunsero numerose richieste a Galilei che , per alleviare le ristrettezze economiche che lo affliggevano, per venderlo incominciò a produrlo in serie attrezzando un laboratorio tecnico nella sua stessa casa a Padova, dove per incrementare il suo stipendio di professore, dava ripetizioni e teneva a pensione un certo numero di studenti.

 

Compasso di Galileo descritto nel libro. Lo strumento da lui progettato fu fatto costruire intorno al 1597 dal suo operaio Marcantonio Mazzoleni.


La 39^ edizione del premio è dedicata alle traduzioni delle opere di Galileo Galilei in Europa partecipando in questo modo l’atteso anniversario galileiano del 2009, dichiarato dalle Nazioni Unite, su proposta dell’Unesco, Anno Internazionale dell’Astronomia.


Programma del convegno

Presiede Massimilla Baldo Ceolin (Università di Padova)

relazioni:

Andrea BATTISTINI (Università di Bologna)
La fortuna planetaria di un best seller del Seicento:
il Sidereus Nuncius di Galileo
 
 
Carlo BERNARDINI (Università di Roma “La Sapienza”)
La nascita del linguaggio scientifico con Galileo
 
Donatella PINI (Università di Padova)
Una ricezione spagnola di Galileo: Ortega y Gasset
 
 
Danilo CAVAION (Università di Padova)
 Galileo nel mondo slavo e in Russia

 

Presentazione

Il Comune di Monselice nell’ambito delle numerose manifestazioni in onore dell’anniversario galileiano in Europa, ha deciso di dedicare la trentanovesima edizione del “Premio Traduzioni” ed il convegno, che approfondirà il tema sulla traduzione e la ricezione delle opere dell’importante scienziato al di fuori dei confini nazionali. Il premio “Monselice” per la traduzione, svolge da quasi 40 anni un ruolo di primo piano nel diffondere e pubblicizzare le maggiori traduzioni scientifiche in Italia, premiando numerose sezioni e alzando il livello qualitativo di anno in anno. Oltre al Premio internazionale “Diego Valeri”, una delle sezioni, che sarà destinato quest’anno ad una traduzione in lingua straniera di un’opera di Galileo Galilei, pubblicata nell’ultimo ventennio, nell’ottica di dare un contributo culturale sempre più rilevante, sabato 14 giugno è stato organizzato un importante convegno. A partire dalle 9.30 al Castello di Monselice quattro importanti relatori si alterneranno per discutere sul tema “Traduzione e ricezione delle opere di Galileo Galilei in Europa (XVIII - XXI)” moderati dalla professoressa Massimilla Baldo Ceolin. Una tavola rotonda che ha lo scopo di dare qualche spunto e spiegazione su come le opere dello scienziato siano state tradotte e poi accolte nei diversi Paesi, cercando si approfondire le tempistiche e le modalità che tali opere hanno avuto nella loro diffusione. Si parte con l’intervento dello studioso Andrea Battistini, che svilupperà una discussione su come il “Sidereus Nuncius”, la pubblicazione che Galileo rese pubblica nel 1609 per dare notizia della scoperta dei quattro satelliti principali di Giove, sia stata accolta in tutto il mondo nonostante fosse scritta in latino. Si continua con la spiegazione su come Galilei abbia influito la lingua della scienza, argomento sviscerato dal professor Carlo Bernardini che introduce “La nascita del linguaggio scientifico con Galileo”. Il tema della ricezione di un’opera tradotta entra nel vivo con l’intervento della professoressa di Donatella Pini che approfondirà con “Una ricezione spagnola di Galileo: Ortega y Gasset”, grande pensatore iberico che aiuta a riflettere sulle problematiche legate alla diffusione, spesso correlate strettamente alla politica e ad altri eventi storici, come il Franchismo. A chiudere la tavola rotonda ci sarò Danilo Cavaion dell’Università di Padova, che affronta la diffusione dell’opera galileiana nel mondo slavo ed in Russia.

 

Da sinistra: Danilo Cavaion, Carlo Bernardini, Massimilla Baldo Ceolin
Andrea Battistini e Donatella Pini

 

 
Saluti e presentazioni
 
 
 
 
 
Relazione della Giuria

Questa trentanovesima edizione del Premio Monselice per la traduzione letteraria e scientifica, ancora una volta circondato da vivo interesse nel mondo editoriale e culturale, come dimostra l’elevato numero di partecipanti nelle sue varie sezioni, si è svolta all’insegna di una ricorrenza particolare, che anche noi abbiamo voluto sottolineare, unendoci al coro di molte altre celebrazioni: ossia l’anno 2009 dedicato all’astronomia, e il quarto centenario dell’invenzione e dell’utilizzazione del cannocchiale da parte di Galileo Galilei. Nelle notti di quell’inverno, “più al sereno et al discoperto, che in camera e al fuoco”, cominciarono quelle osservazioni del cielo stellato che avrebbero portato a scoperte sconvolgenti. Il loro esito e il loro ‘messaggio’ confluiranno l’anno seguente nel Sidereus nuncius. Che poi tutto questo si sia verificato mentre Galileo era Padova, professore di matematica in questa Università, aggiunge obbligo ad obbligo e soddisfazione a soddisfazione per questo ricordo monselicense. E l’essere stato Galilei grande scrittore oltreché grande scienziato, ha favorito ancor più il suo inserimento nel nostro programma, e in quello della tavola rotonda svoltasi stamane, con la partecipazione di eminenti studiosi della lingua e stile dello scienziato non meno che della scienza dello scrittore.
E di tutto questo parleremo ancora diffusamente più avanti, per dare invece ora spazio al rendiconto dei Premi che nel protocollo precedono quello scientifico e internazionale.
Il Premio letterario è stato conteso da 75 partecipanti, con traduzioni in italiano dalle principali lingue europee e presenze importanti sia per la personalità dei traduttori che per l’imponenza di opere tradotte.

 

Il presidente della giuria Carlo Carena

I consensi intorno al nome di Laura Salmon hanno alla fine prevalso, per la resa e uno scrittore brillante come Dovlatov e per l’occasione da essa fornita di sottolineare la brillante attività di traduttrice dal russo: come ora spiegato da Danilo Cavaion, motivando da vero competente il conferimento a Laura Salmon del XXXIX Premio Monselice per la traduzione letteraria.

Una decina a loro volta i partecipanti al Premio Leone Traverso opera prima per traduttori esordienti. Fra essi cui è risultato degno di particolare riconoscimento il valore della versione di Poétiques de la nostalgie di Jean Starobinski, ed. Aragno, testo caratteristicamente sottile e arduo, di cui Anna Isabella Squarzina ha reso finemente tutte le suggestioni; e quello dell’antologia delle Poesie d’amore dei Trovatori provenzali curata da Dan Cepraga e Zeno Verlato per la collana dei Diamanti di Salerno. La ricchezza, la cura e l’efficacia della resa letteraria hanno fatto prevalere quest’ultimo volume, a cui è stato quindi conferito il Premio Leone Traverso opera prima del 2009, con la motivazione redatta dall’altro massimo competente Gianfelice Peron.

Ed eccoci tornare trionfalmente, col Premio per una traduzione scientifica, al nostro Galilei. Galilei fu del resto un modello d’internazionalità. La sua passione per la scienza lo spinse al contatto con scienziati, politici, letterati di tutta Europa, corrispondendo egli e diffondendo le sue idee e le sue opere con la passione di chi crede nelle proprie idee e nel loro valore: qualcuno lo ha accostato per questo a Voltaire. È con Galilei che si afferma l’internazionale degli scienziati, fra il loro stesso stupore; coloro che avevano fino ad allora letto Aristotele nell’antico latino di Boezio o Duns Scoto, o Claudio Tolomeo chissà come, ora levano le tende ov’erano accampati e comincia un nuovo esodo, secondo la suggestiva immagine di Ortega y Gasset comunicataci stamani da Donatella Pini. verso si volge al latino e al nuovo italiano di Galilei, che rivelano mondi nuovi, in un flusso inarrestabile sino a mondi lontani come quelli evocati essi pura stamani da Danilo Cavaion. All’attuale volgarizzazione delle sue opere, fra i 7 partecipanti al nostro premio Libero Sosio ha dato anche quest’anno un particolare contributo di traduttore ‘scientifico’ con due versioni, La musica di Pitagora di Kitty Ferguson e Il prisma e il pendolo di Robert Crease (entrambi Longanesi); anche apprezzata la versione di La lente di Galileo (ed. Dedalo) di Jean-Michel ad opera di Laura Bussotti; ma su tutti ha prevalso I re sole. Il racconto dell’astronomia moderna di Stuart Clark tradotto per i Saggi Einaudi da Giorgio Panini.

Il Premio internazionale Diego Valeri per una versione recente in lingua straniera di un’opera italiana, quest’anno specificamente, anche qui, uno scritto galileiano, ha offerto in generale l’occasione per una ricognizione degli interessi stranieri verso l’opera del nostro scienziato. L’area spagnola si è dimostrata la più attenta, con una gamma che va dalla Lettera a Cristina di Lorena con più traduzioni fra il ’94 e il 2006, al Dialogo sopra i due massimi sistemi esso pure stampato più di una volta fra il ’95 e il 2002 nella versione di Antonio Beltrán Marí. Le medesime due opere sono presenti anche nell’editoria francese importante (Seuil, Les Belles Lettres, Puf) assieme al Saggiatore. Altre versioni si hanno in catalano, in portoghese, in polacco; particolare attività è poi svolta in area serbo-croata, con sostegno dell’Istituto italiano di cultura di Belgrado.
A riassunto concreto di questo discorso, la Giuria ha rilevato i meriti e i risultati significativi nel lavoro di traduttrice galileiana di Danijela Maximovic, che ha dato anch’essa, nel 2006, in lingua serba la Lettera a Cristina di Lorena, questo manifesto di perenne valore dell’autonomia e della validità della ricerca scientifica fondata sui sensi e sulla ragione ovunque possa estendersi “l’umano discorso”; pertanto ha deciso di assegnare a Daniela Maximovic il Premio Diego Valeri per una versione in lingua straniera di un’opera italiana.
Con l’occasione la Giuria segnala alla nuova Amministrazione comunale l’opportunità che ci viene offerta di intensificare questi contatti con ambienti stranieri interessati ai nostri stessi problemi e all’attività che Monselice promuove col suo Premio e con quanto ad esso connesso, che certamente ne sono una delle massime creditizie sulla scena culturale non solo italiana. L’adiacenza delle due aree del Veneto e della Serbia-Croazia sembra nuovamente presentarsi a noi, e quest’anno in modo particolarmente vistoso, come un’occasione preziosa, mentre veleggiamo verso il nostro quarantennale. In tal senso e con tali auspici sono rivolti a quelli che saranno i nuovi amministratori i nostri auguri; e altrettanto ricordiamo grati la stima dimostrataci dai precedenti, in particolare dall’assessore alla Cultura; né meno rinnoviamo anche noi il nostro apprezzamento, per il loro sostegno, alla Banca di Credito Cooperativo di Sant’Elena e alla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, augurandoci che trovino soddisfazione e compiacimento della loro liberalità in quanto svolto anche quest’anno da parte nostra e dall’organizzazione da parte della Biblioteca di Monselice, specificamente nella persona del suo direttore e nostra segretario Flaviano Rossetto.

 

Particolare del pubblico nella biblioteca del castello di Monselice


Quale interesse circondi il premio anche in sede locale, e con grande soddisfazione per tutti, è dimostrato ancora una volta dal successo della sezione Vittorio Zambon, concorso riservato a traduzioni in lingue moderne o in latino degli studenti delle scuole medie di Monselice e delle scuole superiori della provincia di Padova. La partecipazione di 150 giovani, molti presenti anche qui oggi, è molto soddisfacente; ne va riconosciuto il merito e ringraziato anche lo sforzo generoso degli organizzatori, degli insegnanti e dei giudici per così vasta gamma di lingue e per testi anche qui, quest’anno, con riferimenti scientifici.

 

Video della relazione

 

 


V I N C I T O R I    2009
 
PREMIO  "MONSELICE"  PER LA TRADUZIONE

 V i n c i t o r e

Laura SALMON per la traduzione di:  Sergej Dovlatov, Il giornale invisibile. Palermo, Sellerio, 2009

 


 

MOTIVAZIONE. Particolarmente vari appaiono gli interessi culturali di Laura Salmon: ha scritto tre monografie sui problemi connessi con la traslazione letteraria in una lingua straniera, opere che hanno ottenuto il significativo riconoscimento di una versione in lingua russa. A questi tre libri fondamentali vanno aggiunti ancora oltre cento lavori, articoli, recensioni, interventi congressuali ecc., in maggioranza dedicati alla scienza e alla traduzione. Ampio il ventaglio dei soggetti scelti dalla Salmon per le sue versioni dalle lingue slave: dagli studi glottologici (D. K. Zelenin) ai saggi di attualità politica (V. Salomon) a complessi epistolari (F. M. Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev); pagine rilette con il sostegno di un’approfondita conoscenza del mondo russo combinata con un’acuta sensibilità interpretativa. La Giuria ha in particolare apprezzato l’impegno profuso dalla Salmon nella versione di autori non conosciuti in Italia come Ben Ami e Dovlatov. Sergej Dovlatov (1941-1990) dalla critica e dal pubblico lettore, russo o no, viene ritenuto uno degli scrittori più importanti del secolo scorso, tanto da considerarlo il Gogol del Novecento. Straniero in patria ed emigrato negli Stati Uniti nel 1979, Dovlatov esprime le sue tensioni interiori, le sue irrisolte pulsioni affettive in pagine connotate da un finissimo umorismo venato da un particolare rovello (toska in russo, termine che la Salmon rende in italiano con “angoscia esistenziale”), un sentire di sofferenza e però, stanamente, non privo di tenere tonalità. Nel 1991, con il ciclo “Straniera”, la Salmon ha dato avvio alla versione (che sarà di nove volumi) dell’intera opera narrativa di questo autore; iniziativa conclusa nell’anno in corso con la pubblicazione della raccolta di racconti “Il giornale invisibile”. L’esito italiano delle pagine di Dovlatov s’impone positivamente per il rigore e per la finezza di resa delle componenti artistiche ed espressive dell’originale.[ D. Cavaion]

Laura SALMON

Opera.  In Russia, dov'era nato e vissuto in età comunista, e in America dov'erano stati pubblicati i suoi libri durante l'esilio finale, Dovlatov è considerato un classico. I suoi romanzi e i suoi racconti sono infatti ritenuti la migliore testimonianza letteraria dell'Homo sovieticus d'epoca poststaliniana, quando cioè alla cupa tragedia del totalitarismo si andava sostituendo l'assurdo comico di una società in irreversibile autoconsunzione. Una situazione che - secondo Dovlatov - produceva una umanità caratteristica, esaltando all'eccesso quel certo anarchismo estetizzante, quel ribellismo individualistico, e soprattutto l'immensa riserva di autoironia propri del popolo russo, o almeno di quello spezzone di Russia in cui Dovlatov si ambientava, fatto di intellettuali e pseudo tali, dalla vita alcolica e picaresca, sempre sospesi tra il dissenso e il desiderio di sbarcare il lunario con il minimo di fatica. Personaggi che sembrano il fortunato innesto sul tronco del grande umorismo classico russo di una poetica dell'emarginazione alla Charles Bukowski. Scene di coinvolgente comicità, fatte di quadri staccati tenuti insieme in collages estremamente naturali, volti a rappresentare il caos insito nella condizione umana; storie sempre autobiografiche, allegramente pessimistiche, quasi che la vecchia URSS fosse lo scenario più adatto a esprimere l'assurdo dell'esistenza. Con un'attenzione spasmodica verso il linguaggio reale; tanto che i suoi dialoghi sono detti «una fotografia del linguaggio»: quindi la più pura raffigurazione di un tipo umano quale distillato da circostanze storicamente irripetibili. Nel Giornale invisibile si racconta di ciò che succede tra russi intorno al tentativo di fondare un periodico a New York, per la colonia degli immigrati. Perché l'Homo sovieticus, in patria o in esilio resta tale in realtà, come se fosse, assai più che il frutto di una società storica, una delle alternative dell'essere uomini. E tra le più divertenti a osservarla.
 

Sergej Dovlatov (1941-1990), nato da una famiglia di gente di spettacolo, dopo una giovinezza sregolata si dedicò al giornalismo, lavorando per giornali di provincia, dai quali veniva regolarmente licenziato per indisciplina. Nel 1978 emigrò negli Stati Uniti, dove furono pubblicati i suoi racconti e romanzi, prevalentemente a sfondo autobiografico, «commedie autobiografiche» pervase di un umorismo instancabile e classicamente russo. Di Dovlatov, questa casa editrice ha pubblicato Straniera (1991, 1999), La valigia (1999), Compromesso (1996, 2000), Noialtri (2000), Regime speciale (2002), Il Parco di Puskin (2004), La marcia dei solitari (2006) e Il libro invisibile (2007).
 

 

Intervento di Laura SALMON

 

 

 

PREMIO  "MONSELICE"  PER LA TRADUZIONE

 2^ classificato

Ilide CARMIGNANI per la traduzione di: Roberto  Bolaño, 2266 (vol. I e II).  Milano, Adelphi, 2007/8

 

 

Opera I. Che negli ultimi anni della sua breve vita Roberto Bolaño fosse diventato una sorta di leggenda non stupirà il lettore di questo libro, che sin dalla prima riga verrà risucchiato in un universo che il romanziere, quasi avesse le capacità evocatorie di uno sciamano, fa sorgere sotto i suoi occhi, per poi scomporlo e ricomporlo a suo piacimento. Un universo in cui, come Alice una volta attraversato lo specchio, vediamo venirci incontro i personaggi più diversi (un misterioso scrittore di cui si sono perse le tracce, i quattro studiosi che lo cercano in giro per il mondo, un pittore che si è tagliato una mano e vive in un manicomio svizzero, una donna bella e folle, un giornalista nero che capita per caso in Messico e si trova coinvolto in una inquietante vicenda di delitti seriali...), ognuno dei quali, per una qualche ragione, indimenticabile. Ammaliati dalla stupefacente capacità affabulatoria di Bolaño, e dalla sua voce al tempo stesso amabile e ironica, ci addentriamo in un labirinto di luoghi, di segni, di incontri, di libri, di quadri, di sogni, di storie che generano altre storie: un labirinto dove ci aggiriamo frastornati e felici, senza tuttavia sentirci mai perduti. Giacché, pur nel moltiplicarsi vertiginoso degli eventi, dei generi e dei piani temporali, Bolaño sa tenere il suo racconto con mano salda: e il lettore è certo che tutti i nodi che si vanno aggrovigliando si scioglieranno.

 

 

Opera II. Alla fine della terza parte di questo trascinante, enigmatico romanzo avevamo perso le tracce di Benno von Arcimboldi – il misterioso scrittore che nella prima parte i critici cercavano con febbrile e un po’ comico accanimento – nel deserto del Sonora, e precisamente a Santa Teresa, al con­fine tra il Messico e gli Stati Uniti. Una cittadina che somiglia molto a quella Ciudad Juárez dove negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di omicidio di giovani donne, casi rimasti impuniti per la complicità della polizia, e su cui ha indagato (in un libro impressionante, Ossa nel deserto, pubblicato da Adelphi nel 2006) il giornalista Sergio González Rodríguez. Proprio dal Messico si ricomincia nella quarta parte – e, per u­na di quelle vertiginose «coincidenze a­strali» a cui Bolaño ci ha abituati (ma che non smettono di lasciarci senza fiato), sarà Sergio González, fra gli altri, a guidarci in questa serrata ricostruzione dei delitti che a Santa Teresa si susseguono a un ritmo sempre più ossessivo. Chi è l’autore dei femminicidi di Santa Teresa? È davvero il giovane americano di origine tedesca che è stato arrestato? E che cosa c’entra con tutto questo Benno von Arcimboldi? Lo scopriremo nella quinta e ultima parte – anche se Bolaño, con suprema abilità, ci lascerà intatto il senso del mistero, regalandoci il piacere di continuare a fantasticare attorno a personaggi che non dimenticheremo più, e il desiderio di rileggere da capo le pagine vorticose e ammalianti di questo libro.

MOTIVAZIONE La versione italiana di 2666 di Roberto Bolaño, uscita per i tipi di Adelphi nel 2007 e nel 2008, è una prova ammirevole per impegno e qualità. Ilide Carmignani mostra in essa una vera maturità come traduttrice: il dominio dello spagnolo e la padronanza dell’italiano si trovano in equilibrio perfetto, senza che la lunghezza del lavoro produca mai, neppure verso la fine, alcun cedimento nell’attenzione al testo tradotto, oppure nella resa italiana, che è invece sorvegliata, scorrevole e apparentemente “facile” fino alla fine. C’è da augurarsi che l’alta professionalità raggiunta da questa traduttrice non diventi mai “mestiere” sotto la pressione che la macchina editoriale impone troppo spesso ai traduttori.(Donatella Pini)

 

 
 
PREMIO  "MONSELICE"  PER LA TRADUZIONE

 3^ classificato

Claudia ZONGHETTI, per la traduzione di: Vasilij Grossman, Vita e destino. Milano, Adelphi, 2008

 

Opera. Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi dieci anni…» scriveva nel 1960 Vasilij Grossman, scrittore noto in patria sin dagli anni Trenta (e fra i primi corrispondenti di guerra a entrare, al seguito dell’Armata Rossa, nell’inferno di Treblinka). Non sapeva, Grossman, che in quel momento il manoscritto della sua immensa epopea (che aveva la dichiarata ambizione di essere il Guerra e pace del Novecento) era già all’esame del Comitato centrale. Tant’è che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno non solo il manoscritto, ma anche le carte carbone e le minute, e perfino i nastri della macchina per scrivere: del «grande romanzo» non deve rimanere traccia. Gli occhiuti burocrati sovietici hanno intuito subito quanto fosse temibile per il regime un libro come Vita e destino: forse più ancora del Dottor Živago. Quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti, ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male (attraverso le vicende di un gran numero di personaggi in un modo o nell’altro collegati fra loro, e in mezzo ai quali incontriamo vittime e carnefici, eroi e traditori, idealisti e leccapiedi – fino ai due massimi protagonisti storici, Hitler e Stalin) Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce a piegare il capo davanti alle sue sublimi esigenze. «Libri come Vita e destino» ha scritto George Steiner «eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio».

 

 
 
 
 
PREMIO  "MONSELICE"  PER LA TRADUZIONE
 

 

TRADUZIONI SEGNALATE

Annelisa Allevi per l’antologia dei Poeti russi oggi, Libri Scheiwiller;

Giuseppe Bevilacqua per la traduzione delle Poesie di Gottfried Benn, ed. Il Ponte del Sale;

Piero Ceccucci per Il mondo che non vedo di Fernando Pessoa, Biblioteca Universale Rizzoli;

Arianna Fermani per la versione delle tre Etiche di Aristotele, Bompiani;

Paolo Fontana per tre versioni, da Voltaire (ed. Mobydick) e da Christophe Mileschi (ed. Liberilibri);

Paola Gallo per Un rude inverno di Raymond Queneau, Einaudi;

Camilla Miglio, traduttrice delle parti poetiche della Fiaba del Reno di Clemente Brentano, Donzelli;

Anna Mioni per la traduzione di Tom McCarthy, Déjà-vu, Isbn Edizioni;

Giuseppe Tavani per Mercé Rodoreda, La piazza del diamante, ed. La Nuova Frontiera;

Ada Vigliani per le Conversazioni con Goethe di Johann Peter Eckermann, Millenni Einaudi.

 

 

 


PREMIO  "LEONE TRAVERSO"  OPERA PRIMA

 

V i n c i t o r i

Dan Octavian CEPRAGA e Zeno VERLATO per la traduzione delle Poesie d’amore dei Trovatori. Roma, Salerno Editrice, 2008

 

Opera - Paradosso della poesia dei trovatori: lingua morta di una civiltà sparita da secoli – morta mentre la sua vita esplodeva (morta per troppa vita) – oggi patrimonio di pochi specialisti, eppure radice inconscia di tanta parte del nostro linguaggio (non solo poetico), e di alcune nostre abitudini irriflesse. Così ancora oggi, pur affondando nel buio le radici, gli atti della nostra borghese cavalleria, i nostri pur modesti corteggiamenti, le nostre affabili cortesie mimate ed esteriori – aprire le porte alle signore, regalare loro versi d’amore; e il loro farsi pregare, il concedere un cenno – ripetono stilizzate intenzioni, parole e norme stabilite per la prima volta da poeti, da chierici, da uomini d’arme del Mezzodì francese, impegnati in sforzo comune a dare forma alla propria vita sociale – nel nome dell’amore, metafora universale di tutti i rapporti umani. Non c’è dubbio che il grande modello della cortesia, le forme e i codici concettuali elaborati all’interno della poesia trobadorica, abbiano segnato profondamente gran parte della tradizione lirica occidentale: senza i trovatori, la poesia d’amore europea, anzi tutta la moderna lirica d’arte, avrebbe mostrato un altro volto.
 

Zeno VERLATO e Dan Octavian CEPRAGA ritirano il premio dal dott.  Euro Bertocco sindaco della Banca di Credito Cooperativo di Sant’Elena 

 

 

Lettura motivazione della Giuria

Motivazione - Il volume raccoglie antologicamente un cospicuo numero di liriche, 61 testi per l’esattezza riferibili a 25 trovatori: 17 tradotti da Verlato (tra cui molto bene Guglielmo IX e Arnaut Daniel) e 7 da Cepraga )di cui segnalo almeno le traduzioni da Jaufre Rudel). Punto di incontro dei due traduttori è Marcabru di cui Verlato ha tradotto 4 poesie e Cepraga la celebre pastorella L’autrier jost’una subissa (Tempo fa lungo una siepe). La novità rispetto a celebri antologie trobadoriche precedenti sta in due componenti: la traduzione in versi e la scelta di poesie incentrate tutte solo su quello che è l’aspetto certamente più nuovo e creativo, rivoluzionario per certi aspetti (si è parlato di “invenzione dell’amore” per il medioevo trobadorico), della poesia dei trovatori, vale a dire la tematica d’amore.
Sotto questo profilo gli antologisti raccolgono il fior fiore dei trovatori e offrono un prodotto ricco di testi e ricco di “giustificazioni” di contorno o di accompagnamento: introduzione generale, cappelli introduttivi ai singoli trovatori, note metriche, note esplicative su passaggi oscuri delle poesie, note che in qualche caso giustificano le scelte traduttive che si allontanano dall’originale, bibliografia aggiornata ecc. In particolare due interessanti paragrafi (10 e 11, pp. XLIX-LXX) sono dedicati al problema della traduzione).
Per quanto riguarda specificamente la loro traduzione va detto che la ricerca è fine e attenta sul piano metrico e ritmico come su quello del lessico, e il risultato è complessivamente gradevole e accattivante. I trovatori si leggono volentieri: il tono, il ritmo, il linguaggio, lo stile sono ben “registrati” e si mantengono a livelli interessanti e ottimi. A volte c’è una perfetta riuscita di equilibrio lessicale, altre volte un linguaggio più scelto si affianca forme popolari (cfr. ad esempio l’uso del verbo “sortire” o espressioni come “bravo merlo” nella pastorella), si arriva anche a introdurre eleganti neoformazioni di cui non è difficile ricostruire l’entroterra poetico culturale, come ad esempio la forma “illimpidire” nella bella traduzione di Quan lo rous de la fontana di Jaufre Rudel. E si segnalano soluzioni interessanti che mantenendo la rima sdoppiano in dittologie singoli termini, come l’aggettivo “doyssana”, reso con “dolce e sana”.
C’è nei traduttori, che possono comunque vantare una loro competenza tecnica come studiosi e come praticanti di poesia in proprio, l’intenzione di non ammodernare troppo i trovatori e neppure di “anticheggiare”, ma di avvicinarli al lettore italiano secondo lessico e metrica accattivanti: esattezza di trasposizione si senso, tono medio-alto verso una lingua moderna, senza eccedere in arcaismi o forme popolari. Certo il “polisillabico” linguaggio italiano, di fronte a forme agili del provenzale, non scompare ma spesso il tentativo dei traduttori è encomiabile e risulta spesso vincente e convincente.
La traduzione di Verlato e Cepraga è per certi versi un riuscito tentativo di cercare un giusto mezzo tra un “appaesamento” e uno “spaesamento” delle poesie trobadoriche )diversamente da tentativi ottocenteschi come quello di Canello, più sbilanciato sul contemporaneo o novecenteschi come l’antologia di Sansone, un po’ grigia e anonima. Così i nostri due traduttori non perseguono un rigido e improponibile rifacimento della griglia metrica originale, ricreano situazioni versali e strofiche che alludono all’originale o lo costeggiano o in qualche caso elegantemente lo emulano, anche tramite l’inserimento di versi irrelati ma metricamente e ritmicamente convincenti, insomma la ricerca di soluzioni versali sembra prevalere su quella della rima a tutti i costi. La quale però è tutt’altro che messa da parte, anzi magari in mescolanza con l’assonanza o altri artifici fonici gioca un ruolo importante in queste traduzioni poetiche. Traduzioni poetiche che meritano certamente un posto di sicuro prestigio nel panorama delle versioni trobadoriche contemporanee e in questo senso il Premio Monselice Opera Prima è lieto di poterle segnalare e premiare.
 

 

Premiazione Cepraga

 

Premiazione Verlato

 

 

2^ classificato

Anna Isabella SQUARZINA traduttrice dell'opera di: Jean Starobinski, Poétiques de la nostalgie. Torino, Nino Aragno editore, 2008  pubblicato dalla rivista Chorus,  n 5           

Motivazione: Anna Isabella Squarzina ha saputo trasporre con sicura efficacia nella nostra lingua uno dei saggi più particolarmente significativi che l’autorevole saggista ginevrino Jean Starobinski ha dedicato alla poetica della nostalgia. L’eleganza, la finezza e la raffinata cultura del testo originale risultano del tutto conservate traducendosi felicemente nella specificità del linguaggio che in Italia si è venuto affermando con i prestigiosi apporti della più moderna e agguerrita critica letteraria.

 

 

 


 
PREMIO  PER LA TRADUZIONE SCIENTIFICA

   

VINCITORE   

Giorgio P. PANINI per la traduzione di: Stuart Clark, I re del Sole. Il racconto dell'astronomia moderna. Torino, Einaudi, 2009

 

Il 2 settembre 1859, al largo delle coste cilene, il vascello americano Southern Cross in servizio tra Boston e San Francisco si trovò immerso, nel bel mezzo di una violenta tempesta, in un'aurora australe color rosso sangue, insolitamente intensa, mentre lampi elettrici dello stesso colore avvolgevano lo scafo e i pennoni. Nello stesso istante, un po' ovunque nel mondo, le cabine telegrafiche smisero simultaneamente di funzionare; alcune andarono in fiamme. Qualcosa di invisibile aveva colpito violentemente la Terra. L'unico uomo che sapeva cosa era successo si chiamava Richard Carrington, un astronomo dilettante che nel suo osservatorio privato, a sud di Londra, era stato in quelle ore il primo testimone di un brillamento solare e aveva subito intuito il significato dell'evento. Quella del 1859 fu probabilmente la più intensa tempesta magnetica solare che abbia mai investito il nostro pianeta. Se accadesse oggi, in un inondo che non usa più il telegrafo, bensì la radio, i satelliti per le telecomunicazioni, internet, il GPS, l'effetto sarebbe imprevedibile e forse disastroso. Ma fortunatamente dal 1859 ad oggi, grazie alle intuizioni di Carrington e di quanti presero il suo posto nello studio del magnetismo solare e dei suoi effetti sul nostro pianeta, sappiamo molte più cose

 

Giorgio P. PANINI

 

Motivazione. I re del Sole, dell’inglese Stuart Clark – Astrofisico/divulgatore - è un bellissimo libro edito in versione italiana da Einaudi per opera di Giorgio P. Panini. Di solito i libri di argomento scientifico hanno difficoltà peculiari al passare dall’inglese a un’altra lingua; ma in questo caso il testo è pieno di pathos più che di formule o neologismi tecnici, sicché la fatica del traduttore deve avere anche una componente di gusto letterario che altre volte non è indispensabile. Il nostro celebrato Galileo entra subito in campo sin dalle prime pagine perché, nel 1610, aveva osservato al cannocchiale, approfittando delle brume al tramonto, le macchie scure sul bordo dell’astro che, di lì a qualche giorno, gli avevano permesso di valutare che il Sole ruotasse con un periodo di 25 giorni. E possiamo credere che Galileo fosse interessato enormemente alla rotazione su se stesso di un corpo celeste… La leggenda vuole che queste osservazioni gli costassero la vista: ma non corrisponde al vero: ingegnoso come era, scelse subito di proiettare l’immagine del sole su un piano, attraverso il cannocchiale. Il libro parla di un mondo di incredibili studiosi affascinati dalla nostra sorgente di luce ed energia; si arriva al giallo con Richard Carrington e alle avventure esotiche con Edward Maunder. E’ un libro che può affascinare chiunque (Carlo Bernardini)

 

Premiazione di Giorgio P. PANINI

 

 

   

2^ Classificato   

Laura BUSSOTTI per la traduzione di Jean-Michel Courty, La lente di Galileo. Il mondo attorno a noi attraverso gli occhi della fisica. Bari, Edizioni Dedalo, 2007

 

 

OPERA Perché i beduini indossano abiti scuri? Come funzionano i metal detector degli aeroporti? Cosa sono i raggi T? Tornano con un nuovo volume due dei tre fisici autori di "Le leggi del mondo", invitando i lettori a condividere il loro incanto davanti ai fenomeni naturali, l'interesse per gli esperimenti fantasiosi e la curiosità per le scoperte di inventori e colleghi scienziati. La novità di questo libro consiste nel mostrare, senza formule e per mezzo di esempi concreti e divertenti, che tanto i fenomeni quotidiani quanto gli esperimenti più moderni condotti nei laboratori di ricerca sono regolati da un piccolo numero di concetti fisici e di leggi fondamentali, che vengono qui raccontati in modo chiaro e accessibile.

MOTIVAZIONE Jean-Michel Courty e Édouard Kierlik sono due fisici che insegnano all’Université P. e M. Curie, a Parigi: hanno scritto La lente di Galileo, uscito da Dedalo nella bella traduzione di Laura Bussotti. Se si guardano le cose e i fenomeni con gli occhi di Galilei, si scoprono principi di funzionamento che poi si possono generalizzare. Ma prima bisogna saper osservare. Gli autori spiegano come si approfitta della propria curiosità: in fondo, il segreto di Galilei era proprio questo. Ottima traduzione, ottima scelta editoriale: non possiamo che segnalare con convinzione, sperando nell’entusiasmo dei lettori (Carlo Bernardini).

 

 

 


PREMIO  INTERNAZIONALE "DIEGO VALERI"

 

 

Vincitrice

Danijela MAKSIMOVIC per la traduzione in lingua serba dell'opera di Galileo Galilei, Lettera a Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana pubblicata sulla rivista "Istocnik", anno 15, n. 59-60 (2006), pp. 53-78

Don Benedetto Castelli, un galileiano divenuto professore di matematica all’Università di Pisa, durante un incontro conviviale alla corte di Toscana, cui partecipavano dignitari e uomini di studio, era stato sollecitato da Cristina di Lorena, madre del granduca regnante Cosimo II, ad ammettere l’incompatibilità delle teorie eliocentriche copernicane con vari passi del Vecchio Testamento, in particolare con Giosuè  ove il condottiero ebreo ingiunge al Sole di fermarsi, segno evidente che le Scritture, ispirate direttamente dalla Divinità, ritenevano il Sole mobile e non fermo al centro dell’universo. Galileo informato della cosa, e vivamente preoccupato per le conseguenze che avrebbe potuto avere per lui la perdita del favore dei suoi protettori granducali, scrisse subito una lettera al Castelli –21 dicembre 1613-costituente il primo nucleo di una più ampia lettera, inviata un anno dopo alla stessa Cristina di Lorena.
Le argomentazioni prodotte da Galileo nelle due lettere, particolarmente in quella indirizzata a Madama Cristina, cui d’ora in poi ci riferiremo, erano estremamente sottili e stringenti. Innanzi tutto, sosteneva Galileo, non era opportuno fermarsi sempre al puro senso letterale della Scrittura.’’…Perché se, come si è detto e come chiaramente si scorge, per il solo rispetto d’accomodarsi alla capacità popolare, non si è la Scrittura astenuta di adombrare principalissimi pronunziati, attribuendo allo stesso Iddio condizioni lontanissime e contrarie alla sua essenza, chi vorrà asseverantemente sostenere che l’istessa Scrittura, nel parlare anco incidentemente, di Terra, d’acqua, di Sole o d’altra creatura, abbia eletto di contenersi con tutto rigore, dentro a i puri e ristretti significati delle parole?’’ D’altro canto, sosteneva Galileo, è possibile distinguere fra proposizioni scientifiche dimostrate al di là di ogni ragionevole dubbio, le quali, qualora siano in contrasto con uno o più passi della Scrittura, richiedono che quest’ultima venga opportunamente interpretata, e proposizioni scientifiche non provate, che, ove siano in contrasto con la Scrittura, vanno senz’altro condannate. Ma chi deve stabilire l’assoluta validità di una teoria scientifica? A questo punto, Galileo, il quale non era in possesso di prove assolute della verità della teoria copernicana, ma soltanto di forti indizi, desunti dalle proprie scoperte astronomiche, dimostrava tutta la propria abilità dialettica, rovesciando sulla parte avversa l’onere della prova. Ma l’argomento di maggior peso usato da Galileo per confondere i suoi avversari e indurli a interpretare correttamente la Scrittura, consisteva nella distinzione fra la concezione ancora primitiva della Bibbia, che considerava solo il moto diurno del Sole, e quella ben più raffinata di Tolomeo (fatta propria dalla Chiesa), che coordinava il moto diurno del Sole, accompagnato da quello di tutti gli altri corpi celesti, e prodotto dal ‘primo motore immobile’’,con il moto annuale del Sole stesso lungo l’eclittica, svolgentesi in senso opposto al primo. L’ordine impartito da Giosuè al Sole di fermarsi, non avrebbe avuto come effetto l’allungamento, bensì l’accorciamento del giorno, perché ‘’facendosi il movimento del Sole per l’eclittica secondo l’ordine de’ segni, il quale è da occidente verso oriente, ciò è contrario al movimento del primo mobile da oriente in occidente, che è quello che fa il giorno e la notte, chiara cosa è che, cessando il Sole dal suo vero e proprio movimento, il giorno si farebbe più corto, e non più lungo…’’.
Con simili colpi di fioretto dialettici, Galileo si accingeva a combattere la sua battaglia contro i nemici di Copernico.

 L'architetto Adriano Rabacchin, consigliere generale d’Amministrazione della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo consegna il premio
alla dott.ssa Danijela MAKSIMOVIC

 

 

Premiazione Danijela MAKSIMOVIC 

 

 

 

Vincitori premio didattico "V. Zambon" [vai...]



VINCITORI  DELLE  PASSATE  EDIZIONI  DEL PREMIO




con il sostegno e contributi:

 
Università agli
studi di Padova

 

 

 
 
A cura di Flaviano Rossetto - Tel. biblioteca 0429 72628 - Tel. Municipio 0429 786911
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Ultimo aggiornamento: 01-05-10.

 

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