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Monselice "Città della traduzione"
Compasso di Galileo descritto nel libro. Lo strumento da lui progettato fu fatto costruire intorno al 1597 dal suo operaio Marcantonio Mazzoleni. La 39^ edizione del premio è dedicata alle traduzioni delle opere di Galileo Galilei in Europa partecipando in questo modo l’atteso anniversario galileiano del 2009, dichiarato dalle Nazioni Unite, su proposta dell’Unesco, Anno Internazionale dell’Astronomia. Programma del convegno Presiede Massimilla Baldo Ceolin (Università di Padova) relazioni:
Presentazione Il Comune di Monselice nell’ambito delle numerose manifestazioni in onore dell’anniversario galileiano in Europa, ha deciso di dedicare la trentanovesima edizione del “Premio Traduzioni” ed il convegno, che approfondirà il tema sulla traduzione e la ricezione delle opere dell’importante scienziato al di fuori dei confini nazionali. Il premio “Monselice” per la traduzione, svolge da quasi 40 anni un ruolo di primo piano nel diffondere e pubblicizzare le maggiori traduzioni scientifiche in Italia, premiando numerose sezioni e alzando il livello qualitativo di anno in anno. Oltre al Premio internazionale “Diego Valeri”, una delle sezioni, che sarà destinato quest’anno ad una traduzione in lingua straniera di un’opera di Galileo Galilei, pubblicata nell’ultimo ventennio, nell’ottica di dare un contributo culturale sempre più rilevante, sabato 14 giugno è stato organizzato un importante convegno. A partire dalle 9.30 al Castello di Monselice quattro importanti relatori si alterneranno per discutere sul tema “Traduzione e ricezione delle opere di Galileo Galilei in Europa (XVIII - XXI)” moderati dalla professoressa Massimilla Baldo Ceolin. Una tavola rotonda che ha lo scopo di dare qualche spunto e spiegazione su come le opere dello scienziato siano state tradotte e poi accolte nei diversi Paesi, cercando si approfondire le tempistiche e le modalità che tali opere hanno avuto nella loro diffusione. Si parte con l’intervento dello studioso Andrea Battistini, che svilupperà una discussione su come il “Sidereus Nuncius”, la pubblicazione che Galileo rese pubblica nel 1609 per dare notizia della scoperta dei quattro satelliti principali di Giove, sia stata accolta in tutto il mondo nonostante fosse scritta in latino. Si continua con la spiegazione su come Galilei abbia influito la lingua della scienza, argomento sviscerato dal professor Carlo Bernardini che introduce “La nascita del linguaggio scientifico con Galileo”. Il tema della ricezione di un’opera tradotta entra nel vivo con l’intervento della professoressa di Donatella Pini che approfondirà con “Una ricezione spagnola di Galileo: Ortega y Gasset”, grande pensatore iberico che aiuta a riflettere sulle problematiche legate alla diffusione, spesso correlate strettamente alla politica e ad altri eventi storici, come il Franchismo. A chiudere la tavola rotonda ci sarò Danilo Cavaion dell’Università di Padova, che affronta la diffusione dell’opera galileiana nel mondo slavo ed in Russia.
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Questa trentanovesima edizione del Premio Monselice per la traduzione letteraria e scientifica, ancora una volta circondato da vivo interesse nel mondo editoriale e culturale, come dimostra l’elevato numero di partecipanti nelle sue varie sezioni, si è svolta all’insegna di una ricorrenza particolare, che anche noi abbiamo voluto sottolineare, unendoci al coro di molte altre celebrazioni: ossia l’anno 2009 dedicato all’astronomia, e il quarto centenario dell’invenzione e dell’utilizzazione del cannocchiale da parte di Galileo Galilei. Nelle notti di quell’inverno, “più al sereno et al discoperto, che in camera e al fuoco”, cominciarono quelle osservazioni del cielo stellato che avrebbero portato a scoperte sconvolgenti. Il loro esito e il loro ‘messaggio’ confluiranno l’anno seguente nel Sidereus nuncius. Che poi tutto questo si sia verificato mentre Galileo era Padova, professore di matematica in questa Università, aggiunge obbligo ad obbligo e soddisfazione a soddisfazione per questo ricordo monselicense. E l’essere stato Galilei grande scrittore oltreché grande scienziato, ha favorito ancor più il suo inserimento nel nostro programma, e in quello della tavola rotonda svoltasi stamane, con la partecipazione di eminenti studiosi della lingua e stile dello scienziato non meno che della scienza dello scrittore.
Il presidente della giuria Carlo Carena I consensi intorno al nome di Laura Salmon hanno alla fine prevalso, per la resa e uno scrittore brillante come Dovlatov e per l’occasione da essa fornita di sottolineare la brillante attività di traduttrice dal russo: come ora spiegato da Danilo Cavaion, motivando da vero competente il conferimento a Laura Salmon del XXXIX Premio Monselice per la traduzione letteraria.
Particolare del pubblico nella biblioteca del castello di Monselice
Video della relazione
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V i n c i t o r e
MOTIVAZIONE. Particolarmente vari appaiono gli interessi culturali di Laura Salmon: ha scritto tre monografie sui problemi connessi con la traslazione letteraria in una lingua straniera, opere che hanno ottenuto il significativo riconoscimento di una versione in lingua russa. A questi tre libri fondamentali vanno aggiunti ancora oltre cento lavori, articoli, recensioni, interventi congressuali ecc., in maggioranza dedicati alla scienza e alla traduzione. Ampio il ventaglio dei soggetti scelti dalla Salmon per le sue versioni dalle lingue slave: dagli studi glottologici (D. K. Zelenin) ai saggi di attualità politica (V. Salomon) a complessi epistolari (F. M. Dostoevskij, Tolstoj, Turgenev); pagine rilette con il sostegno di un’approfondita conoscenza del mondo russo combinata con un’acuta sensibilità interpretativa. La Giuria ha in particolare apprezzato l’impegno profuso dalla Salmon nella versione di autori non conosciuti in Italia come Ben Ami e Dovlatov. Sergej Dovlatov (1941-1990) dalla critica e dal pubblico lettore, russo o no, viene ritenuto uno degli scrittori più importanti del secolo scorso, tanto da considerarlo il Gogol del Novecento. Straniero in patria ed emigrato negli Stati Uniti nel 1979, Dovlatov esprime le sue tensioni interiori, le sue irrisolte pulsioni affettive in pagine connotate da un finissimo umorismo venato da un particolare rovello (toska in russo, termine che la Salmon rende in italiano con “angoscia esistenziale”), un sentire di sofferenza e però, stanamente, non privo di tenere tonalità. Nel 1991, con il ciclo “Straniera”, la Salmon ha dato avvio alla versione (che sarà di nove volumi) dell’intera opera narrativa di questo autore; iniziativa conclusa nell’anno in corso con la pubblicazione della raccolta di racconti “Il giornale invisibile”. L’esito italiano delle pagine di Dovlatov s’impone positivamente per il rigore e per la finezza di resa delle componenti artistiche ed espressive dell’originale.[ D. Cavaion]
Laura SALMON Opera. In Russia, dov'era nato e vissuto in età comunista, e in America dov'erano stati pubblicati i suoi libri durante l'esilio finale, Dovlatov è considerato un classico. I suoi romanzi e i suoi racconti sono infatti ritenuti la migliore testimonianza letteraria dell'Homo sovieticus d'epoca poststaliniana, quando cioè alla cupa tragedia del totalitarismo si andava sostituendo l'assurdo comico di una società in irreversibile autoconsunzione. Una situazione che - secondo Dovlatov - produceva una umanità caratteristica, esaltando all'eccesso quel certo anarchismo estetizzante, quel ribellismo individualistico, e soprattutto l'immensa riserva di autoironia propri del popolo russo, o almeno di quello spezzone di Russia in cui Dovlatov si ambientava, fatto di intellettuali e pseudo tali, dalla vita alcolica e picaresca, sempre sospesi tra il dissenso e il desiderio di sbarcare il lunario con il minimo di fatica. Personaggi che sembrano il fortunato innesto sul tronco del grande umorismo classico russo di una poetica dell'emarginazione alla Charles Bukowski. Scene di coinvolgente comicità, fatte di quadri staccati tenuti insieme in collages estremamente naturali, volti a rappresentare il caos insito nella condizione umana; storie sempre autobiografiche, allegramente pessimistiche, quasi che la vecchia URSS fosse lo scenario più adatto a esprimere l'assurdo dell'esistenza. Con un'attenzione spasmodica verso il linguaggio reale; tanto che i suoi dialoghi sono detti «una fotografia del linguaggio»: quindi la più pura raffigurazione di un tipo umano quale distillato da circostanze storicamente irripetibili. Nel Giornale invisibile si racconta di ciò che succede tra russi intorno al tentativo di fondare un periodico a New York, per la colonia degli immigrati. Perché l'Homo sovieticus, in patria o in esilio resta tale in realtà, come se fosse, assai più che il frutto di una società storica, una delle alternative dell'essere uomini. E tra le più divertenti a osservarla. Sergej Dovlatov (1941-1990), nato da una famiglia di gente di spettacolo, dopo una giovinezza sregolata si dedicò al giornalismo, lavorando per giornali di provincia, dai quali veniva regolarmente licenziato per indisciplina. Nel 1978 emigrò negli Stati Uniti, dove furono pubblicati i suoi racconti e romanzi, prevalentemente a sfondo autobiografico, «commedie autobiografiche» pervase di un umorismo instancabile e classicamente russo. Di Dovlatov, questa casa editrice ha pubblicato Straniera (1991, 1999), La valigia (1999), Compromesso (1996, 2000), Noialtri (2000), Regime speciale (2002), Il Parco di Puskin (2004), La marcia dei solitari (2006) e Il libro invisibile (2007).
Intervento di Laura SALMON
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2^ classificato Ilide CARMIGNANI per la traduzione di: Roberto Bolaño, 2266 (vol. I e II). Milano, Adelphi, 2007/8
Opera I. Che negli ultimi anni della sua breve vita Roberto Bolaño fosse diventato una sorta di leggenda non stupirà il lettore di questo libro, che sin dalla prima riga verrà risucchiato in un universo che il romanziere, quasi avesse le capacità evocatorie di uno sciamano, fa sorgere sotto i suoi occhi, per poi scomporlo e ricomporlo a suo piacimento. Un universo in cui, come Alice una volta attraversato lo specchio, vediamo venirci incontro i personaggi più diversi (un misterioso scrittore di cui si sono perse le tracce, i quattro studiosi che lo cercano in giro per il mondo, un pittore che si è tagliato una mano e vive in un manicomio svizzero, una donna bella e folle, un giornalista nero che capita per caso in Messico e si trova coinvolto in una inquietante vicenda di delitti seriali...), ognuno dei quali, per una qualche ragione, indimenticabile. Ammaliati dalla stupefacente capacità affabulatoria di Bolaño, e dalla sua voce al tempo stesso amabile e ironica, ci addentriamo in un labirinto di luoghi, di segni, di incontri, di libri, di quadri, di sogni, di storie che generano altre storie: un labirinto dove ci aggiriamo frastornati e felici, senza tuttavia sentirci mai perduti. Giacché, pur nel moltiplicarsi vertiginoso degli eventi, dei generi e dei piani temporali, Bolaño sa tenere il suo racconto con mano salda: e il lettore è certo che tutti i nodi che si vanno aggrovigliando si scioglieranno.
Opera II. Alla fine della terza parte di questo trascinante, enigmatico romanzo avevamo perso le tracce di Benno von Arcimboldi – il misterioso scrittore che nella prima parte i critici cercavano con febbrile e un po’ comico accanimento – nel deserto del Sonora, e precisamente a Santa Teresa, al confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Una cittadina che somiglia molto a quella Ciudad Juárez dove negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di omicidio di giovani donne, casi rimasti impuniti per la complicità della polizia, e su cui ha indagato (in un libro impressionante, Ossa nel deserto, pubblicato da Adelphi nel 2006) il giornalista Sergio González Rodríguez. Proprio dal Messico si ricomincia nella quarta parte – e, per una di quelle vertiginose «coincidenze astrali» a cui Bolaño ci ha abituati (ma che non smettono di lasciarci senza fiato), sarà Sergio González, fra gli altri, a guidarci in questa serrata ricostruzione dei delitti che a Santa Teresa si susseguono a un ritmo sempre più ossessivo. Chi è l’autore dei femminicidi di Santa Teresa? È davvero il giovane americano di origine tedesca che è stato arrestato? E che cosa c’entra con tutto questo Benno von Arcimboldi? Lo scopriremo nella quinta e ultima parte – anche se Bolaño, con suprema abilità, ci lascerà intatto il senso del mistero, regalandoci il piacere di continuare a fantasticare attorno a personaggi che non dimenticheremo più, e il desiderio di rileggere da capo le pagine vorticose e ammalianti di questo libro. MOTIVAZIONE La versione italiana di 2666 di Roberto Bolaño, uscita per i tipi di Adelphi nel 2007 e nel 2008, è una prova ammirevole per impegno e qualità. Ilide Carmignani mostra in essa una vera maturità come traduttrice: il dominio dello spagnolo e la padronanza dell’italiano si trovano in equilibrio perfetto, senza che la lunghezza del lavoro produca mai, neppure verso la fine, alcun cedimento nell’attenzione al testo tradotto, oppure nella resa italiana, che è invece sorvegliata, scorrevole e apparentemente “facile” fino alla fine. C’è da augurarsi che l’alta professionalità raggiunta da questa traduttrice non diventi mai “mestiere” sotto la pressione che la macchina editoriale impone troppo spesso ai traduttori.(Donatella Pini)
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3^ classificato Claudia ZONGHETTI, per la traduzione di: Vasilij Grossman, Vita e destino. Milano, Adelphi, 2008 Opera. Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi dieci anni…» scriveva nel 1960 Vasilij Grossman, scrittore noto in patria sin dagli anni Trenta (e fra i primi corrispondenti di guerra a entrare, al seguito dell’Armata Rossa, nell’inferno di Treblinka). Non sapeva, Grossman, che in quel momento il manoscritto della sua immensa epopea (che aveva la dichiarata ambizione di essere il Guerra e pace del Novecento) era già all’esame del Comitato centrale. Tant’è che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno non solo il manoscritto, ma anche le carte carbone e le minute, e perfino i nastri della macchina per scrivere: del «grande romanzo» non deve rimanere traccia. Gli occhiuti burocrati sovietici hanno intuito subito quanto fosse temibile per il regime un libro come Vita e destino: forse più ancora del Dottor Živago. Quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti, ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male (attraverso le vicende di un gran numero di personaggi in un modo o nell’altro collegati fra loro, e in mezzo ai quali incontriamo vittime e carnefici, eroi e traditori, idealisti e leccapiedi – fino ai due massimi protagonisti storici, Hitler e Stalin) Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce a piegare il capo davanti alle sue sublimi esigenze. «Libri come Vita e destino» ha scritto George Steiner «eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio».
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TRADUZIONI SEGNALATE Annelisa Allevi per l’antologia dei Poeti russi oggi, Libri Scheiwiller; Giuseppe Bevilacqua per la traduzione delle Poesie di Gottfried Benn, ed. Il Ponte del Sale; Piero Ceccucci per Il mondo che non vedo di Fernando Pessoa, Biblioteca Universale Rizzoli; Arianna Fermani per la versione delle tre Etiche di Aristotele, Bompiani; Paolo Fontana per tre versioni, da Voltaire (ed. Mobydick) e da Christophe Mileschi (ed. Liberilibri); Paola Gallo per Un rude inverno di Raymond Queneau, Einaudi; Camilla Miglio, traduttrice delle parti poetiche della Fiaba del Reno di Clemente Brentano, Donzelli; Anna Mioni per la traduzione di Tom McCarthy, Déjà-vu, Isbn Edizioni; Giuseppe Tavani per Mercé Rodoreda, La piazza del diamante, ed. La Nuova Frontiera; Ada Vigliani per le Conversazioni con Goethe di Johann Peter Eckermann, Millenni Einaudi.
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PREMIO "LEONE TRAVERSO" OPERA PRIMA

Zeno VERLATO e Dan Octavian CEPRAGA ritirano il premio dal dott. Euro Bertocco sindaco della Banca di Credito Cooperativo di Sant’Elena |
Anna Isabella SQUARZINA traduttrice dell'opera di: Jean Starobinski, Poétiques de la nostalgie. Torino, Nino Aragno editore, 2008 pubblicato dalla rivista Chorus, n 5 Motivazione: Anna Isabella Squarzina ha saputo trasporre con sicura efficacia nella nostra lingua uno dei saggi più particolarmente significativi che l’autorevole saggista ginevrino Jean Starobinski ha dedicato alla poetica della nostalgia. L’eleganza, la finezza e la raffinata cultura del testo originale risultano del tutto conservate traducendosi felicemente nella specificità del linguaggio che in Italia si è venuto affermando con i prestigiosi apporti della più moderna e agguerrita critica letteraria.
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VINCITORE
Il 2 settembre 1859, al largo delle coste cilene, il vascello americano Southern Cross in servizio tra Boston e San Francisco si trovò immerso, nel bel mezzo di una violenta tempesta, in un'aurora australe color rosso sangue, insolitamente intensa, mentre lampi elettrici dello stesso colore avvolgevano lo scafo e i pennoni. Nello stesso istante, un po' ovunque nel mondo, le cabine telegrafiche smisero simultaneamente di funzionare; alcune andarono in fiamme. Qualcosa di invisibile aveva colpito violentemente la Terra. L'unico uomo che sapeva cosa era successo si chiamava Richard Carrington, un astronomo dilettante che nel suo osservatorio privato, a sud di Londra, era stato in quelle ore il primo testimone di un brillamento solare e aveva subito intuito il significato dell'evento. Quella del 1859 fu probabilmente la più intensa tempesta magnetica solare che abbia mai investito il nostro pianeta. Se accadesse oggi, in un inondo che non usa più il telegrafo, bensì la radio, i satelliti per le telecomunicazioni, internet, il GPS, l'effetto sarebbe imprevedibile e forse disastroso. Ma fortunatamente dal 1859 ad oggi, grazie alle intuizioni di Carrington e di quanti presero il suo posto nello studio del magnetismo solare e dei suoi effetti sul nostro pianeta, sappiamo molte più cose
Giorgio P. PANINI
Premiazione di Giorgio P. PANINI
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2^ Classificato Laura BUSSOTTI per la traduzione di Jean-Michel Courty, La lente di Galileo. Il mondo attorno a noi attraverso gli occhi della fisica. Bari, Edizioni Dedalo, 2007 |
PREMIO INTERNAZIONALE "DIEGO VALERI"

Vincitrice Danijela MAKSIMOVIC per la traduzione in lingua serba dell'opera di Galileo Galilei, Lettera a Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana pubblicata sulla rivista "Istocnik", anno 15, n. 59-60 (2006), pp. 53-78 Don Benedetto Castelli, un galileiano divenuto professore di matematica all’Università di Pisa, durante un incontro conviviale alla corte di Toscana, cui partecipavano dignitari e uomini di studio, era stato sollecitato da Cristina di Lorena, madre del granduca regnante Cosimo II, ad ammettere l’incompatibilità delle teorie eliocentriche copernicane con vari passi del Vecchio Testamento, in particolare con Giosuè ove il condottiero ebreo ingiunge al Sole di fermarsi, segno evidente che le Scritture, ispirate direttamente dalla Divinità, ritenevano il Sole mobile e non fermo al centro dell’universo. Galileo informato della cosa, e vivamente preoccupato per le conseguenze che avrebbe potuto avere per lui la perdita del favore dei suoi protettori granducali, scrisse subito una lettera al Castelli –21 dicembre 1613-costituente il primo nucleo di una più ampia lettera, inviata un anno dopo alla stessa Cristina di Lorena.
Premiazione Danijela MAKSIMOVIC
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VINCITORI DELLE PASSATE EDIZIONI DEL PREMIO